Luciano Manzalini, chimico dell’umorismo

Luciano Manzalini, chimico dell’umorismo

“Sono bravissimi, formidabili: fossero nati in America, a quest’ora sarebbero famosi come Stanlio e Ollio o come Abbott & Costello”. Questo pensava Guido Ferrarini, dei Gemelli Ruggeri. E c’è motivo di ritenere che avesse ragione; del resto, mio padre era noto per il suo “fiuto”: preconizzò con anticipo sbalorditivo il successo clamoroso che avrebbe poi riscosso Giacobazzi, e ricordo ancora l’espressione stupita di Matteo Lepore – allora giovane Assessore alla Cultura – sentendo quel vecchio teatrante vaticinare la sua futura carica di Sindaco a Bologna.

Avevo conosciuto Luciano Manzalini in treno. Fu Rino Maenza – anch’egli reputato per le sue formidabili capacità di talent-scouting ed organizzazione e promozione culturale (fu, insieme ad altri, tra i fondatori della Fonoprint, autentica fucina bolognese di giovani talenti) – a presentarmelo, durante la tratta ferroviaria per Roma; Luciano avrebbe proseguito poi sino Napoli, dove lo attendevano per registrare un programma televisivo. Devo dire che il suo aspetto, e ancora più la sua personalità, mi colpirono: possedeva, innati, stile, eleganza e serietà; ma queste caratteristiche, solitamente non riconducibili alla “simpatia” così come essa viene in genere percepita, esaltavano in lui un’attitudine ironica, stralunata e bizzarra. Forse l’altra metà della sua personalità umana ed artistica che, rincorrendo quella più spiccatamente comica, originava la singolarità della sua figura.

Naturalmente, dal punto di vista artistico, i Gemelli Ruggeri erano noti, a livello locale ed italiano, per un’intensa attività teatrale e televisiva. Inoltre, quel piccolo capolavoro di umorismo televisivo che fu L’ Araba Fenice di Antonio Ricci aveva proposto al suo interno “Storie di Croda”: una sorta di micro-fiction, rigorosamente girata in un bianco e nero riecheggiante i film propagandistici di Ejzenstejn, che metteva in scena l’epopea di un immaginario paese d’oltrecortina (invero molto, molto simile all’Emilia-Romagna di un passato non troppo lontano). Oltre ai Gemelli Ruggeri, in quel formidabile programma compariva quasi al completo l’intera “banda” dell’ex-Gran Pavese: Patrizio Roversi, Syusy Blady, Vito ecc.

Dietro l’istrionismo raffinato di Manzalini e Turra si celavano capacità elevatissime; oltre alla coordinazione dei movimenti, che la diversità delle rispettive complessioni fisiche portava all’attenzione del pubblico, sapevano utilizzare la parola con eleganza. Spesso la loro comicità vocale, pur partendo da una base semantica “classica”, lasciava progressivamente per strada i valori usuali del senso, per vertere alla pura e semplice sonorità: una sorta di grammelot reinterpretato in chiave personale, condito volentieri da dissociazioni che riprendevano forme dialettali o lemmi derivati dall’immaginario comune (com’è il caso delle assonanze “crodiane”, ricche di vocali chiuse e formule riciclate dal linguaggio stereotipico del socialismo reale).

Un umorismo raffinato, forse più acconcio a tempi diversi dal nostro attuale, che il pubblico – o almeno la parte migliore di esso – seppe apprezzare nel corso degli anni. E sono certo che la notizia della sua scomparsa ispirerà una lacrima, ed un sorriso, in molti di coloro che ebbero modo di apprezzarli.

Un’ultima considerazione mi preme. Ho appreso solo oggi della formazione pregressa di Luciano: era laureato in chimica, e francamente la cosa non mi sorprende. Quale altro campo dello scibile, così prossimo all’alchimia, avrebbe potuto attagliarsi ad una personalità come la sua? In fondo, proprio la miscelazione sapiente di malinconia e comicità, di senso e non-senso, di “provinciale” e universale, era la chiave strategica – o almeno una delle possibili – della sua vena artistica. Senza contare che spesso, nel corso della Storia, proprio i chimici sono stati protagonisti (involontari) di episodi ironici e talvolta grottescamente drammatici… Pensiamo ad Albert Hofmann, che cercando di sintetizzare un anestetico di nuovo tipo, assume involontariamente una dose di LSD degna dei Grateful Dead, smarrendosi in sella alla sua bicicletta nelle valli svizzere. O a Francesco Selmi, padre nobile della tossicologia internazionale e grande dantista, deceduto in seguito ad una contaminazione procuratagli dall’autopsia di un suino malato.

Manzalini, insieme ad Eraldo Turra, seguì una traiettoria diversa, eppure simile: trafficando con le tossine della Storia, gli enzimi dell’intelligenza e gli atomi della comicità, pervenne a concepire una personalissima forma di umorismo, che ancora oggi spicca per grazia e sottigliezza. Non poca cosa.

Ci mancherà.  

 

Il Direttore Artistico
Piero Ferrarini

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