Un Maestro del teatro: Luciano Leonesi

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Un anno feroce, questo 2021. Un anno da dimenticare, che dopo essersi preannunciato in tutta la sua asprezza privandoci di Guido Ferrarini, ha voluto – prima di terminare il suo corso – portarsi via anche Luciano Leonesi. Kunstbruderschaft e Todbruderschaft, avrebbero detto i tedeschi (quelli di Hegel, per carità!, ché altri tedeschi Leonesi proprio non li poteva soffrire).

Mi è difficile anche solo pensare di poter parlare di lui al passato, dato che per tutta la mia vita Luciano ha rappresentato un punto di riferimento artistico ed umano imprescindibile: egli è stato nientemeno che il Maestro di mio padre, e quindi, sia pure indirettamente, anche il mio; tanto che ancora mi capita spesso, nel corso di qualche prova o dovendo affrontare la scena “difficoltosa” in un nuovo allestimento, di ritrovarmi a scorgere nella realizzazione che prende forma sul palco qualche elemento dell’estetica o della registica di Leonesi.

Quantomeno in città, l’avventura umana e politica di Leonesi è nota, tanto che il Comune di Bologna, grazie all’interessamento dell’allora sindaco Sergio Cofferati, in un sussulto di gratitudine – o di cattiva coscienza, ma le due cose in questa città spesso si confondono - lo insignì dell’onorificenza più prestigiosa, il Nettuno d’Oro; in quell’occasione, nientemeno che il premio Nobel Dario Fo (che di Luciano era amico ed estimatore sin dagli anni sessanta, sino a cercare, sfortunatamente senza successo, di cooptarlo per la creazione di una compagnia di giro nazionale che operasse nel circuito “off”) ebbe ad inviare uno scritto che si chiudeva più o meno così: “Non aggiungo altre parole: dategli un palco, e ci penserà Leonesi a trovarne anche per me”. Sintetico ed incisivo, come si addice ad un genio, ma anche assolutamente aderente al personaggio che si proponeva di descrivere.

Prima ancora che teatrante od organizzatore culturale, Leonesi è stato un immenso affabulatore, come mi fece comprendere l’indimenticato ed indimenticabile Claudio Meldolesi, che nella sua generosità accettò di firmare con me un volume collettaneo dedicato proprio a Luciano, poi uscito nel 2008 per i tipi di Bulzoni: “Luciano Leonesi – Maestro di Teatro a Bologna”; una figura popolare nel senso più alto, che poteva vantare radici illustri e quarti di nobiltà, in una linea tradizionale che si spingeva, secondo Meldolesi, sino a Giulio Cesare Croce. Dal Teatro di Massa di Sartarelli agli allestimenti di Brecht nella Bologna del boom economico, sino alla sontuosa trilogia molièriana degli anni ’80-’90, Leonesi ha attraversato come una freccia la storia teatrale del secondo dopoguerra emiliano, sempre animato da un bisogno viscerale di comunicare con il pubblico; vale a dire con chiunque, dato che era sufficiente che un qualsiasi gruppo di due o più persone si ritrovasse in una stanza con Luciano per finire fatalmente in sua balìa in tempi brevi.

Da un punto di vista strettamente professionale, Leonesi possedeva una capacità registica sconfinata, straordinaria. Era sensibile come pochi altri al movimento scenico, e capace di creare attorno ad un elemento dinamico centrale infiniti punti di fuga accessori; inoltre, possedeva gusto, mano, eleganza: le sue controscene erano briose, lievi, spiritose. Mai didascaliche né pesanti, come del resto i suoi allestimenti in genere. Addirittura sbalorditiva era poi la sua sensibilità cromatica; era in grado di creare qualsiasi effetto possibile impiegando l’armamentario tradizionale di gelatine e lampade ad incandescenza. Passò una serata intera a spiegarmi pazientemente come, mediante l’impiego di maquettes e “padelloni” (proiettori illuminotecnici a luce diffusa) fosse possibile realizzare fondali immensi di ombre cinesi; qualcosa di esteticamente simile a certe illustrazioni del francese Tardi, adattissimo a certo teatro espressionista e post-brechtiano, scomparso dalla prassi teatrale ormai da mezzo secolo.

Spesso si è ingiustamente sostenuto, anche presso quegli stessi ambienti che avrebbero ben avuto – politicamente parlando – il dovere morale di difenderlo, che il teatro di Leonesi fosse povero, raffazzonato, dilettantesco. E che in alcun modo queste produzioni potessero essere accostate a quelle del grande Teatro “ufficiale” che andava in scena presso i centri riconosciuti della Cultura… Vien da sorridere al pensiero dell’incoerenza strutturale della critica cosiddetta “militante”, affaccendata a sminuire certosinamente per due decenni quel teatro di base che solo pochi anni dopo – passato il ’68, che Leonesi non capì mai fino in fondo – avrebbero preso ad incensare sino ai giorni nostri, garantendo diritto di cittadinanza a cialtroni, approfittatori ed incapaci, che ancora oggi popolano a sazietà l’ambiente culturale e artistico.

Con ciò, sarebbe erroneo inferire che il Nostro fosse politicamente isolato. Godeva invece della stima di uomini di vertice dell’allora Partito Comunista (tra i quali spiccò sempre, a livello locale, Guido Fanti), e rimase tutta la vita fedele ad un’ortodossia totale ed assoluta; fu forse proprio in nome di questa visione sovietica e pressoché mistica della militanza che egli accettò senza fiatare la sentenza di morte dell’esperienza artistica che avrebbe poi rappresentato l’incubatoio del prosieguo della sua vita teatrale, vale a dire quel Teatro di Massa sacrificato dal vecchio PCI in nome di una politica di occupazione degli stabili, destinata poi a tradursi nel vergognoso spettacolo di conformismi etici, estetici e tematici, servilismi ed accettazioni pseudo-ideologiche ipocritiche ed interessate che avrebbe finito per divenire un elemento costante della gran parte del teatro italiano.

Un giorno, nella quiete di un giardino appenninico, chiesi a Leonesi se ritenesse che il Partito, avendo rifiutato ogni confronto con quei giovani teatranti, che a ben guardare recavano già in loro gran parte del carico di rivendicazioni destinate ad esplodere nella temperie sessantottina – a cominciare dall’interesse per il guevarismo, sino alla condizione mediorientale o ai diritti delle minoranze razziali statunitensi -, non si fosse privato stupidamente della possibilità di interloquire con una platea più ampia di quella medio e piccolo-borghese che, se pure costituiva allora la base elettorale principale nel centro-nord Italia, si sarebbe poi dimostrata anche virtualmente incapace di controllare i propri figli “degeneri”, scivolati a migliaia nell’orbita del terrorismo solo un decennio dopo e che rischiarono di trascinare il Paese verso una escalation autoritaria tutt’altro che impossibile.

Capii di aver osato troppo solo un attimo dopo. A me voleva bene, tanto da perdonare – sia pure a denti strettissimi - persino una personale, dichiarata ammirazione per Craxi e l’euro-socialismo anni ‘80… Ma criticare la linea del Partito in modo così smaccato, sia pure a tanti anni di distanza dai fatti, era decisamente al di fuori della portata del suo orizzonte mentale. Nicchiò, prese tempo. Poi guardò nel vuoto e rifletté per un lungo minuto. “I tempi erano diversi, allora… La linea del Partito era sempre quella giusta” concluse, pur senza troppa convinzione. Sul momento mi parve tutto sommato una risposta coerente, completamente in linea con il personaggio e la sua storia. Ma poco dopo non potei fare a meno di pensare che, in fondo, i partiti sono pur sempre fatti di uomini, e che mi pareva inverosimile postulare anche solo dell’esistenza di linee “assolute”, asintoticamente tendenti al Bene Supremo. Mi ripromisi di sviluppare con lui queste considerazioni, mai poi lasciai perdere: avrei finito sicuramente per far la figura del revisionista o, peggio ancora, del “nemico interno”, e se pure la Siberia era piuttosto lontana da Zocca ed i tempi erano cambiati, il rischio di turbare il mio Amico rappresentava comunque un’eventualità che non ero disposto ad affrontare.

Eppure, anche a distanza di anni, il senso di quella domanda continua a ripresentarmisi: credo davvero che Leonesi ed il suo gruppo fossero stati sul punto di innescare una rivoluzione teatrale ante litteram (o forse chissà… una rivoluzione tout court), e forse solo un’eccessiva ossequienza ai dogmi di un partito sempre meno in grado di relazionarsi con le sue componenti interne – nonché egemonizzato nella sua gestione della politica culturale da elementi ultraconservatori, come il caso Pasolini avrebbe di lì a poco dimostrato – impedì che una direzione nuova venisse impressa alla storia del teatro italiano, o quantomeno ad una corrente di esso. In coscienza, dubito che la linea seguita fosse, quantomeno in quel caso, quella giusta; ma lui ne era convinto, e penso che lo rimase sempre. La coerenza non gli fece mai difetto, neppure quando rischiava di sconfinare nell’autolesionismo, e forse per questo odiava le banderuole. Accettava però il fatto che le idee potessero cambiare, soprattutto a livello generazionale. Era, questa sua propensione a relazionarsi con l’ideologia partendo da una concezione esclusivamente “collettiva” (sia pure storicamente collocata) del soggetto politico, forse anche il substrato profondo del suo essere socialista; la Resistenza e la mitopoiesi resistenziale costituivano del resto l’altra radice forte del bagaglio formativo di Leonesi: ancora una volta un movimento di giovani, calato nella realtà ostile di una guerra civile, prima; e di un dopoguerra non sempre così riconoscente con quanti si erano battuti, poi.

Leonesi tollerava nei giovani un cauto riformismo, nella politica come nel Teatro. A noi mancherà il suo radicalismo senza remissione. La severità di un Maestro capace di ottenere dai suoi attori, grazie a doti realizzative innate ed a una concretezza a prova di bomba, sforzi eccezionali ed altrettanto eccezionali risultati; parafrasando Clausewitz (peraltro assai caro a Lenin) Luciano concepiva la scena come la continuazione della militanza sotto altre spoglie. E la militanza quale forma devozionale “laica”, quale strumento di formazione dell’individuo. Idee che oggi possono parere datate, o forse persino erronee, e sulla validità delle quali serbo io stesso non poche perplessità. Ma che a ben vedere seppero dare origine, negli anni lontani del dopoguerra, a fatti culturali originalissimi ed autenticamente “sovversivi”, quantomeno in potenza, regalando a Bologna un uomo ed un’individualità artistica eccezionali, destinate in futuro ad essere riscoperte ed analizzate come meritano.

Piero Ferrarini

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